Attività

Comunicati

Das Original ging nach Lissabon, die Versandkopie blieb in Bern: Schreiben des Bundesrats an König Luís vom November 1873: dodis.ch/65188 / L'original est parti pour Lisbonne, la copie d'expédition est restée à Berne: lettre du Conseil fédéral au roi Luís en novembre 1873: dodis.ch/65188.

Documents diplomatiques et recherche à perspectives multiples Suisse/Portugal

Le 6 décembre 1873, il y a 150 ans, la Confédération suisse et le Royaume du Portugal signent un traité commercial qui peut être considéré comme le point de départ de leurs relations bilatérales. En collaboration avec le ministère portugais des Affaires étrangères, le centre de recherche Dodis a publié à cette occasion une série de documents sur cet événement mémorable. Les sources historiques proviennent aussi bien de l'Arquivo Histórico Diplomático do Ministério dos Negócios Estrangeiros à Lisbonne que des Archives fédérales suisses. Un webinaire au sujet des relations bilatérales entre la Suisse et le Portugal aura lieu le 21 novembre aux Archives fédérales. Ce projet s’inscrit en effet dans la continuité d’une multiplication des coopérations transnationales entre éditeurs de documents diplomatiques, comme cela a déjà été le cas en 2018 entre Dodis et les Archives d’État d’Israël, de même qu’avec les Archives d’État autrichiennes, en vue de rencontres bilatérales de haut rang dans les années 1970. En 2019, à l’occasion du 30ème anniversaire de la chute du mur de Berlin, un recueil de sources du Comité international des éditeurs de documents diplomatiques (ICEDD) a également été publié dans la série Quaderni di Dodis, présentant la chute du mur et la réunification allemande dans une perspective multiple: www.dodis.ch/q12. Zu den Dokumenten: 150 ans Suisse/Portugal: dodis.ch/C2535. Rencontre du conseiller fédéral Aubert avec le ministre israélien des Affaires étrangères Moshe Dayan en 1978: dodis.ch/C1440. Rencontres bilatérales Suisse-Autriche 1970–1975: dodis.ch/C1725. Perceptions internationales de la réunification allemande 1989–1990: dodis.ch/T1443.    
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Madeleine Herren, Federal Councillor Ignazio Cassis and Sacha Zala.

Conclusa la trilogia «La Svizzera e la costruzione del multilateralismo»

Con la recente pubblicazione di Documenti diplomatici svizzeri sulla storia dell’internazionalismo 1863–1914, il centro di ricerca Dodis ha completato la trilogia «La Svizzera e la costruzione del multilateralismo». Iniziata nel 2019, fa parte della serie di pubblicazioni ad accesso aperto Quaderni di Dodis. La trilogia è nata dall'entusiasmo da parte di Dodis e dall’interesse del ministro degli affari esteri per la storia dell’impegno multilaterale della Svizzera. In occasione del centenario della fondazione della Società delle Nazioni a Ginevra, Dodis ha pubblicato nel 2019 un volume dedicato alla storia dei rapporti della Svizzera con la Società delle Nazioni tra il 1918 e il 1946. 50 documenti commentati e annotati e più di 400 documenti supplementari presenti nella banca dati Dodis offrono una panoramica della storia delle relazioni con la principale organizzazione mondiale. Il volume di fonti sulla Svizzera e le Nazioni Unite, che comprende 50 documenti commentati risalenti al periodo compreso tra il 1942 e il 2002, è stato pubblicato in occasione del 20° anniversario dell’adesione della Svizzera all’ONU, il 10 settembre 2022. Nella banca dati Dodis sono inoltre disponibili altri 2.400 documenti relativi a questo tema. Infine, l'ultimo volume pubblicato è dedicato alla Svizzera e all’internazionalismo alla fine del XIX secolo. Completa la trilogia e documenta la partecipazione della Svizzera a congressi, conferenze, esposizioni mondiali e alle prime organizzazioni internazionali, attraverso 50 documenti commentati e quasi 300 documenti nella banda dati Dodis. È particolarmente gratificante che questa serie sia stata conclusa e celebrata con un vernissage il 7 settembre 2023 alla presenza del Consigliere federale Ignazio Cassis, che nel 2018 aveva spontaneamente proposto questa serie di pubblicazioni durante una visita al centro di ricerca Dodis. Oggi tutti i volumi della collana sono disponibili online in open access.   La Suisse et la construction du multilatéralisme Die Schweiz und die Konstruktion des Multilateralismus Vol. 1 – dodis.ch/q13 Documents diplomatiques suisses sur l’histoire de l’internationalisme 1863–1914 Diplomatische Dokumente der Schweiz zur Geschichte des Internationalismus 1863–1914 Vol. 2 – dodis.ch/q14 Documents diplomatiques suisses sur l’histoire de la Société des Nations 1918–1946 Diplomatische Dokumente der Schweiz zur Geschichte des Völkerbunds 1918–1946 Vol. 3 – dodis.ch/q15 Documents diplomatiques suisses sur l’histoire de l’ONU 1942–2002 Diplomatische Dokumente der Schweiz zur Geschichte der UNO 1942–2002
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Badge DDS 1992

Nuovi documenti sulla politica estera svizzera 1992

Il 6 dicembre 1992, l’elettorato svizzero diede una sterzata alla politica europea della Svizzera, decretando il naufragio dell’adesione allo Spazio Economico Europeo (SEE). «Il Consiglio federale prende atto di questa decisione e la rispetta», dichiarò il Presidente della Confederazione René Felber dopo la votazione, pur rammaricandosi «che la Svizzera rinunci alle opportunità di apertura che le sono state offerte, rompendo così anche con la sua politica di avvicinamento all’Europa, perseguita politicamente fin dalla Seconda Guerra Mondiale» (dodis.ch/61182). Ma come si giunse a questa rottura?   Il centro di ricerca Dodis ha analizzato un gran numero di documenti sul fatidico 1992, pubblicandone una selezione nella banca dati Dodis e nell’ultimo volume dei Documenti diplomatici svizzeri, esattamente alla scadenza del periodo di protezione legale, ovvero il 1° gennaio 2023. «I documenti dimostrano», afferma il direttore di Dodis, Sacha Zala, «che con la fine delle certezze della Guerra fredda, le maggiori sfide con cui si trovò confrontata la Svizzera furono proprio le questioni di integrazione politica».   Una politica europea in frantumi  Appena qualche mese prima, in primavera, il Consiglio federale aveva deciso di presentare rapidamente una richiesta alle Comunità europee (CE) per l’avvio dei negoziati di adesione. La decisione fu tutt’altro che unanime: mentre i rappresentanti della Svizzera latina puntavano ad avanzare rapidamente, i Consiglieri federali Arnold Koller e Adolf Ogi temevano che ciò potesse ripercuotersi negativamente sulle votazioni sul SEE e sulla Nuova trasversale ferroviaria alpina (NFTA). Il Consigliere federale Kaspar Villiger sottolineava dal canto suo come il SEE rappresentasse «un’opportunità concreta», mentre la questione dell’adesione era «ancora molto controversa». Dopo un secondo giro di discussioni, il Ministro dei trasporti Ogi rinunciò ad opporsi, facendo pendere l’ago della bilancia a favore dell’adesione (dodis.ch/58958). Fu così che, il 20 maggio, il Consiglio federale approvò le lettere di adesione alla CE. Sul piano comunicativo, la votazione sul SEE si rivelò un esercizio estremamente delicato. Il più noto e potente oppositore allo SEE era Christoph Blocher, membro zurighese del Consiglio nazionale per l’UDC. Davanti alla Commissione dell’economia, esortò a «forzare» gli accordi bilaterali con la CE, senza tuttavia trovare alleati tra la maggior parte dei suoi colleghi. Pascal Couchepin, Consigliere nazionale liberale-radicale vallesano, mise in guardia contro il crescente livello di emotività del dibattito, nocivo per la democrazia (dodis.ch/60997). Sia fuori che dentro il parlamento si scatenò una campagna di votazioni burrascosa che provocò, con l’esito della votazione del giorno di San Nicolao, una scossa per il Consiglio federale. Nonostante il rammarico interno per il fatto che non tutti i Consiglieri federali si fossero espressi chiaramente a favore del SEE, il compito divenne di «accettare la decisione del sovrano», di sanare il più rapidamente possibile le «ferite aperte e lacerate» e di «riunire il Paese» evitando il diffondersi della rassegnazione (dodis.ch/60622). Relazioni economiche e finanziarie globali   Nel 1992, la diplomazia commerciale svizzera cercò nuovamente di contrastare l’onnipresenza dell’Europa mostrandosi favorevole alla creazione di legami a livello globale. L’attenzione si concentrò sul commercio bilaterale con la Cina (dodis.ch/61393), l’emergente «tigre taiwanese» (dodis.ch/61266), o ancora l’Argentina ed il Cile (dodis.ch/61447). Lo strumento più importante per rafforzare i contatti extraeuropei era rappresentato dall’Uruguay Round del GATT, i cui negoziati si bloccarono sul tema dell’agricoltura (dodis.ch/62343).    Per quanto riguarda la politica finanziaria, il popolo e i cantoni decisero a maggio che la Svizzera avrebbe dovuto aderire alle istituzioni di Bretton Woods. La Svizzera avrebbe dovuto esercitare la sua influenza attraverso un ventiquattresimo posto fisso nel Consiglio esecutivo e la formazione di un nuovo gruppo di Paesi. Infatti, così l’argomento per la posizione insolitamente risoluta della Svizzera, «se non si raggiunge subito l’obiettivo e si accetta una sedia pieghevole, non si torna più al tavolo» (dodis.ch/62733). Con la Polonia e i nuovi Stati dell’Asia centrale – Uzbekistan, Kirghizistan, Turkmenistan e Azerbaigian – la Svizzera riuscì infine a riunire una quota sufficiente per stabilirsi nel Fondo Monetario Internazionale come capo del cosiddetto gruppo di voto «Helvetistan». Per quanto riguarda il WEF di Davos, importante evento per il Consiglio federale, il Presidente Felber ricevette i capi di Stato dei Paesi della CSI, offrendo alla Svizzera l’opportunità di stabilire relazioni con i nuovi Stati indipendenti (dodis.ch/60457).  «I migliori compromessi possibili» in campo ambientale   Il principale evento nell’ambito della cooperazione multilaterale fu la Conferenza delle Nazioni Unite sull’Ambiente e lo Sviluppo di Rio de Janeiro. Dopo un attivo lavoro di preparazione da parte della Svizzera, i delegati di 178 Paesi negoziarono nella città brasiliana soluzioni ai problemi ambientali globali (dodis.ch/61093). Alla firma della Convenzione sul clima, il Ministro dell’Ambiente Cotti annunciò solennemente che la Svizzera avrebbe stabilizzato le sue emissioni di CO2 ai livelli del 1990 entro l’anno 2000. Il suo rapporto finale affermava che al «Vertice della Terra di Rio» erano stati raggiunti i migliori compromessi possibili (dodis.ch/61051).   Con un’importante campagna, la Svizzera cercò poi di ottenere che la sede del Segretariato della Commissione per lo Sviluppo Sostenibile fosse stabilita a Ginevra. Già ad aprile, il Segretario Generale delle Nazioni Unite Boutros-Ghali aveva fatto sapere di avere altri piani per la sede delle Nazioni Unite a Ginevra (dodis.ch/58969). Tuttavia, la decisione negativa, giunta alla fine dell’anno, fu una sorpresa per la Svizzera, che aveva incitato la maggior parte degli Stati membri dell’ONU a sostenere la scelta di Ginevra come polo della politica ambientale (dodis.ch/62551). Non si trattò dell’unica sconfitta della Svizzera per la scelta di una sede internazionale nel 1992: L’Aia vinse la corsa per la sede del Segretariato dell’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (dodis.ch/61983). Ginevra ebbe tuttavia successo nella sua candidatura come sede del Tribunale di Conciliazione e Arbitrato della CSCE (dodis.ch/61464).   Guerra e mantenimento della pace Nel 1992, la stessa CSCE si consacrò interamente alla prevenzione dei conflitti e alla gestione delle crisi, attività molto richieste dopo lo sconvolgimento strutturale della politica di sicurezza europea. Essa si occupò della guerra nell’ex-Jugoslavia, dei conflitti in Nagorno-Karabakh, Transnistria e Abkhazia, dove la CSCE avrebbe dovuto più tardi condurre operazioni di mantenimento della pace in collaborazione con la NATO e l’Unione Europea Occidentale (UEO) (dodis.ch/61951). Da parte sua, il Consiglio federale presentò in agosto una tabella di marcia sulle modalità di impiego di un primo battaglione svizzero di caschi blu messo a disposizione dell’ONU e della CSCE a partire dalla fine del 1994 (dodis.ch/62528). Gli osservatori militari svizzeri dell’ONU erano presenti in Medio Oriente dal 1990, e fu prolungato l’impegno di un’unità medica svizzera nel Sahara occidentale.   In Bosnia-Erzegovina, la Svizzera partecipò sia alle missioni CSCE che alla Forza di Protezione delle Nazioni Unite. Inoltre, gli aiuti umanitari dovevano alleviare le sofferenze delle vittime della guerra. Soprattutto a causa del gran numero di lavoratori provenienti dall’ex-Jugoslavia, gli eventi bellici in Bosnia ebbero un «significato politico eminente per la Svizzera». Il Paese aveva un «obbligo morale speciale» di aumentare gli aiuti (dodis.ch/60663). In quest’ottica, la Svizzera ha permesso a centinaia di bambini e persone bisognose di protezione di entrare nel Paese dalla Bosnia. Allo stesso tempo, il rimpatrio dei lavoratori stagionali dalla Macedonia e dal Kosovo fu provvisoriamente considerato nuovamente possibile (dodis.ch/62285). Nella politica d’asilo, il concetto dei cosiddetti «Safe Countries» continuò ad essere l’oggetto di intense discussioni (dodis.ch/61255).   Centro nevralgico della neutralità svizzera   La mutata architettura di sicurezza europea modificò infine in modo essenziale l’autopercezione della Svizzera, tanto che un gruppo di studio del Consiglio federale auspicò un «riorientamento della politica estera in materia di neutralità» (dodis.ch/59120). Quando un documento di discussione del Dipartimento militare mise in evidenza i limiti della capacità di difesa autonoma dell’Esercito svizzero, il DFAE avvertì, a proposito del «centro nevralgico della neutralità svizzera»: «Se l’esercito del piccolo Stato neutrale svizzero potrà in futuro svolgere la sua missione militare solo in associazione con forze armate straniere, se la neutralità perderà il suo effetto protettivo e diventerà un rischio», allora saranno le sue stesse «fondamenta» ad essere minacciate (dodis.ch/61955).    Dopo uno scambio con gli Stati neutrali dell’Austria, Svezia e Finlandia (dodis.ch/61100) e la constatazione di come questi «hanno deciso di avvicinarsi alla NATO e all’UEO», il Ministro della Difesa Kaspar Villiger si rivolge direttamente al Ministro degli esteri Felber: per la Svizzera è ormai necessario compiere un passo simile, perché «è l’unico modo per evitare di rimanere isolati in termini di politica di sicurezza» (dodis.ch/61267).   Il risultato negativo del referendum sul SEE, che marcò la fine del 1992, non cambiò affatto questo interesse della Svizzera per una maggiore integrazione nell’ambito della politica di sicurezza. «Resta da vedere», dice il direttore di Dodis, Sacha Zala, «se questa volontà di cooperare si concretizzerà nel 1993». I documenti che diverranno liberamente accessibili tra un anno lo mostreranno.
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Badge QdD15

Documenti diplomatici svizzeri sulla storia dell’ONU 1942–2002

«C’est pour moi une joie et un honneur de vous affirmer la volonté de la Suisse de participer activement aux travaux des Nations Unies.» In questi termini l’allora Presidente della Confederazione, Kaspar Villiger, concludeva il suo discorso dinnanzi l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite a New York il 10 settembre 2002 (dodis.ch/55178). Esattamente 20 anni fa e dopo innumerevoli esitazioni, la Svizzera diventava l’ultimo stato sovrano al mondo ad aderire alle Nazioni Unite.  Per il 20° anniversario dell’adesione svizzera all’ONU, il gruppo di ricerca Documenti Diplomatici Svizzeri (Dodis) pubblica il terzo volume della serie «La Svizzera e la costruzione del multilateralismo»: www.dodis.ch/q15. Quest’ultima contribuzione contiene 50 documenti di centrale importanza, relativi alla complessa storia delle relazioni tra la Svizzera e l’ONU dal 1942 al 2002. La pubblicazione contiene altresì più di 2000 rinvii ad altri documenti consultabili nella banca dati Dodis.  L’ingente numero di documenti trovati prova come un’interpretazione restrittiva ed un impiego smodato della neutralità abbiano a lungo ostacolato l’adesione della Svizzera all’ONU. Nel 1986, il popolo svizzero rifiutava massivamente l’adesione all’ONU alle urne. Sedici anni dopo, e con la fine della guerra fredda, la politica estera elvetica ha conosciuto un periodo di apertura, il quale ha determinato l’adesione della Svizzera all’ONU. Nel marzo 2002, l’iniziativa popolare «per l’adesione della Svizzera all’Organizzazione delle Nazioni Unite» è stata accettata dal 54,6% dei votanti. «Gli obiettivi dello Statuto dell’ONU corrispondono agli obiettivi della politica estera della Svizzera.» Sono questi i termini impiegati nel messaggio del Consiglio federale che così sintetizzava la sua posizione, aggiungendo che d’ora in poi «La Svizzera può rispettare le disposizioni dello Statuto senza rinunciare alla sua neutralità» (dodis.ch/53989).  «Il fatto che l’opuscolo informativo delle votazioni, la domanda di adesione e il discorso del Presidente della Confederazione si riferiscano alla riaffermazione della neutralità dimostra che il governo svizzero ha lottato per decenni nel tentativo di trovare un compromesso, illustrando altresì la disperata ricerca di sostituire il suo Sonderstatut, concesso alla Svizzera al momento della sua adesione alla Società delle Nazioni nel 1920», riassume così Sacha Zala, Direttore del gruppo di ricerca Dodis, concludendo che «già nel 1946 la Svizzera avrebbe dovuto rendersi conto che gli stati neutrali potevano facilmente rimanere tali anche come membri dell’ONU.» Direttamente al nuovo volume: www.dodis.ch/q15
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50 Jahre Dodis

Dodis compie 50 anni!

Quest’anno il centro di ricerca Dodis celebra il suo giubileo: il prossimo autunno si celebrerà il 50° anniversario della fondazione del progetto di ricerca. Nel settembre 1972, il Presidente della Società svizzera di storia, il professor Louis-Edouard Roulet, invitò gli «iniziatori, gli istituti di storia delle università svizzere, il Consiglio della Società AGGS/SGSH e altre parti interessate» a un incontro sabato 14 ottobre 1972, alle 10:00, presso l’Università di Berna: Roulet informò gli invitati che «un gruppo di giovani storici, provenienti soprattutto dalla Svizzera francese, ha proposto la pubblicazione di una raccolta completa di fonti sulla politica estera svizzera dal 1848» (dodis.ch/37044). In quel memorabile sabato dell’autunno 1972, Antoine Fleury presentò l’idea del progetto a nome degli iniziazori e, dopo un dibattito sull’opportunità di accettarla, i presenti decisero di formare un comitato per portare avanti il progetto (dodis.ch/37043). Dodis fu fondata!  Dalla pubblicazione del primo volume del DDS (Vol. 7-I) nel 1979, sono stati pubblicati altri 28 volumi sulle relazioni internazionali della Svizzera dalla fondazione dello Stato federale nel 1848. La terza serie del DDS sugli anni Novanta è stata lanciata con grande successo il 4 gennaio 2021, con i documenti relativi al 1990 nuovamente accessibili lo stesso giorno nell’Archivio federale. L’unità di ricerca ha inoltre creato nuovi veicoli di pubblicazione per la storia delle relazioni estere della Svizzera con i Quaderni di Dodis e i Saggi di Dodis, sviluppati come «fiore all’occhiello delle Digital Humanities» grazie alla banca dati liberamente accessibile de 25 anni, e si è fatta valere come paladina del movimento Open Access. Il centro di ricerca Dodis festeggerà tutto questo nei prossimi mesi insieme alle istituzioni e progetti scientifici amici, ai suoi stakeholder e al pubblico: Agenda 15 luglio 2022 Cerimonia e networking scientifico presso l’Archivio federale. 17 settembre 2022 Stand alla fiera dell’anniversario dell’ASSU alla Bahnhofplatz di Berna. Il pubblico interessato è invitato a partire dalle 14:30. 18 ottobre 2022 Evento al Palazzo federale con il Presidente federale Ignazio Cassis.
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Screenshot Dodis-Datenbank 2001

Dodis: 25 anni in linea!

In quanto prima edizione di documenti diplomatici a livello mondiale, Dodis fu messo online il 28 maggio 1997 presso il Palazzo delle Nazioni di Ginevra, scrivendo così un pezzo di storia pionieristica di Internet. Quando i primissimi documenti furono messi online sulla banca dati Dodis, il centro di ricerca era ancora nel pieno degli anni Quaranta. Al primo documento pubblicato, dodis.ch/3, un memorandum del 9 maggio 1947, si sono aggiunti 43'425 documenti, 55'557 voci personali, 26'426 organizzazioni e 10'497 voci geografiche, e la ricerca si sta avvicinando a grandi passi alla scadenza dei 30 anni di protezione degli archivi. In questi mesi, Dodis sta conducendo ricerche sull’anno 1992 e pubblicherà i documenti portati alla luce nel corso del processo il 1° gennaio 2023, esattamente alla scadenza del periodo di protezione.  Quando Dodis fu messo a disposizione online nel 1997, solo il 6,8% delle svizzere e degli svizzeri dichiarava utilizzare Internet «più volte alla settimana». Un altro 15.1% dichiarava averlo usato «almeno una volta negli ultimi 6 mesi» e c’erano solo 129 indirizzi web registrati con il dominio di primo livello «.ch». Anche le istantanee di «Internet Archive» non vanno indietro fino al 1997. L’aspetto del banca dati quattro anni dopo, nel 2001, è mostrato sulla copertina di questa pubblicazione.  Con il lancio online della banca dati Dodis, l’Unità di ricerca non solo ha posto una pietra miliare, ma si è anche fatta un bel regalo di anniversario: quest’anno non festeggiamo solo il 25° anniversario della banca dati Dodis, ma anche il 50° anniversario della fondazione del Gruppo di ricerca sui Documenti diplomatici svizzeri.  Nel settembre 1972, il Presidente della Società svizzera di storia, il professor Louis-Edouard Roulet, invitò gli «iniziatori, gli istituti di storia delle università svizzere, il Consiglio della Società AGGS/SGSH e altre parti interessate» a un incontro sabato 14 ottobre 1972, alle 10:00, presso l’Università di Berna: Roulet informò gli invitati che «un gruppo di giovani storici, provenienti soprattutto dalla Svizzera francese, ha proposto la pubblicazione di una raccolta completa di fonti sulla politica estera svizzera dal 1848» (dodis.ch/37044). In quel memorabile sabato dell’autunno 1972, Antoine Fleury presentò l’idea del progetto a nome degli iniziazori e, dopo un dibattito sull’opportunità di accettarla, i presenti decisero di formare un comitato per portare avanti il progetto (dodis.ch/37043). Dodis fu fondata!  Dalla pubblicazione del primo volume del DDS (Vol. 7-I) nel 1979, sono stati pubblicati altri 28 volumi sulle relazioni internazionali della Svizzera dalla fondazione dello Stato federale nel 1848. La terza serie del DDS sugli anni Novanta è stata lanciata con grande successo il 4 gennaio 2021, con i documenti relativi al 1990 nuovamente accessibili lo stesso giorno nell’Archivio federale. L’unità di ricerca ha inoltre creato nuovi veicoli di pubblicazione per la storia delle relazioni estere della Svizzera con i Quaderni di Dodis e i Saggi di Dodis, sviluppati come «fiore all’occhiello delle Digital Humanities» grazie alla banca dati liberamente accessibile de 25 anni, e si è fatta valere come paladina del movimento Open Access. Festeggeremo tutto questo nei prossimi mesi insieme alle istituzioni e circoli scientifici amici, ai nostri stakeholder e al pubblico: Agenda 15 luglio 2022 Cerimonia e networking scientifico presso l’Archivio federale. 17 settembre 2022 Stand alla fiera dell’anniversario dell’ASSU alla Bahnhofplatz di Berna. Il pubblico interessato è invitato a partire dalle 14:30. 18 ottobre 2022 Evento al Palazzo federale con il Presidente federale Ignazio Cassis.
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Am 26. Mai 1918 erklärte die georgische Nationalversammlung die Demokratische Republik Georgien für unabhängig / Le 26 mai 1918 le Conseil national géorgien déclare l'indépendance de la République démocratique de Géorgie. Bild / Image: museum.ge

La Suisse, la Géorgie et la question de la reconnaissance

Il y a exactement 30 ans, le 23 mars 1992, la Suisse notifie par télex la reconnaissance de la Géorgie (dodis.ch/61323). La décision de reconnaître les États successeurs de l’Union Soviétique est prise par le Conseil fédéral déjà au mois de décembre 1991 déjà (dodis.ch/57514), mais l’exécution est reportée en raison de la situation politique intérieure confuse en Géorgie. Les relations diplomatiques entre les deux pays sont officiellement établies par la présentation par l’Ambassadeur Jean-Pierre Ritter des lettres de créance au Président géorgien Edouard Chevardnadze (dodis.ch/61191). La question de la reconnaissance de la Géorgie ne se pose pas pour la première fois pour la Suisse: lors la chute de l’Empire tsariste dans le sillage de la révolution russe de 1917, la Géorgie s’efforce déjà de faire reconnaître au niveau international la «République démocratique de Géorgie». Le jeune État tente également de nouer des rapports diplomatiques avec la Suisse (dodis.ch/60566). Au mois de juillet 1921, le Conseil fédéral décide «pour des raisons de principe» de ne pas reconnaître la Géorgie (dodis.ch/60569). L’Armée rouge avait en effet envahit le pays en février 1921 et le gouvernement de la «République démocratique» se trouvait en exil à Paris. Il y a 100 ans, en mars 1922, c’est le gouvernement des soviets de Tbilissi, alors installé à Moscou, qui s’efforce d’établir des relations diplomatiques officielles avec la Suisse (dodis.ch/44817). Toutefois, le Conseil fédéral rejette également cette requête (dodis.ch/60571). La fondation de la République socialiste soviétique géorgienne, son intégration dans la République socialiste fédérative soviétique de Transcaucasie en décembre 1922 et la perte de souveraineté du pays qui s’en suit mettent fin à la question de la reconnaissance pour les 70 années suivantes. L’historienne bâloise Fenja Läser s’intéresse depuis longtemps à l’histoire des relations entre la Suisse et la Géorgie. Le résultat de sa recherche vient de paraître dans un article de la revue Saggi di Dodis : «“L’appui de la sœur aînée“ ? Die Schweiz, die demokratische Republik Georgien und die Anerkennungsfrage 1918–1921» qui retrace ces périodes passionantes au moyen de nombreuses sources provenant de diverses archives. Les documents principaux des Archives fédérales sont publiés sur Dodis et indexés avec des métadonnées complètes et ceux-ci peuvent être consultés sous la compilation dodis.ch/C2137.
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er Schweizer Bundespräsident Flavio Cotti anlässlich seiner Rede am Europatag in Sils im Engadin/Segl vom 7. September 1991 vor zahlreichen nationalen und internationalen Gästen im Rahmen der 700-Jahrfeier der Eidgenossenschaft

Apertura degli archivi: Nuovi documenti sulla politica estera svizzera 1991

Il 1° gennaio 2022 scade il periodo di protezione dei dossier della Confederazione del 1991. I documenti messi a disposizione in questa occasione fanno luce sulla controversa conclusione del trattato SEE, sulle sfide della politica estera svizzera durante lo scoppio della guerra del Golfo, sulle guerre in Jugoslavia, e sulla situazione in relazione al crollo dell'Unione Sovietica.  «L’Europa è una parte di noi stessi, e noi siamo parte di essa. Così è sempre stato. Così sarà sempre.» Il presidente Flavio Cotti si dimostrò un europeo convinto di fronte a numerosi ospiti nazionali e stranieri invitati a Sils, in Engadina, nel settembre 1991, nell’ambito del 700° anniversario della Confederazione (doc. 37, dodis.ch/57668). La staticità apodittica del suo posizionamento fu però nettamente contrastata dal dinamismo degli sviluppi della politica europea nel 1991: «Durante l’anno dell’anniversario, la questione delle future relazioni con l’Europa è apparsa più incerta, e il Consiglio federale più diviso che mai», afferma Sacha Zala, direttore del centro di ricerca Dodis, riferendosi al nuovo volume dei Documenti diplomatici svizzeri (DDS). Quest’ultimo documenta in dettaglio la politica estera svizzera nel 1991, basandosi su una selezione di documenti. Numerose altre testimonianze dell’epoca, che verranno pubblicate il 1° gennaio 2022 – dopo la scadenza del loro periodo di protezione legale – presentano un anno marcato da una forte disillusione che pone nuove sfide alla diplomazia svizzera. Si tratta dunque di un anno che discorda nettamente dal precedente 1990, caratterizzato invece da molte speranze di cambiamento dopo l’epocale cesura del 1989.  «Satellizzazione» attraverso il SEE? Durante tutto l’anno, l’integrazione europea rimase il tema dominante. Un punto positivo fu la conclusione dell’accordo di transito con la Comunità europea (CE) da parte del Consigliere federale Adolf Ogi (doc. 51, dodis.ch/58168). I negoziati sullo Spazio economico europeo (SEE) ebbero meno successo. Mentre nel 1990 la «via di mezzo» dello SEE sembrava essere l’unica soluzione possibile, nel 1991 il Consiglio federale cambiò opinione. In marzo, il Presidente della Confederazione Cotti propose al Consigliere federale Jean-Pascal Delamuraz, che dirigeva il Dipartimento dell’economia e conduceva i negoziati con la CE insieme al ministro degli affari esteri René Felber, di interrompere al più presto le «umilianti» trattative sul SEE a favore di una domanda diretta di adesione (doc. 9, dodis.ch/57510). La controversa discussione del Consiglio federale, avvenuta il 17 aprile 1991, fu altrettanto emblematica riguardo al disaccordo all’interno del governo: mentre il ministro delle finanze Otto Stich era convinto che «un cattivo trattato non potesse mai essere visto come un passo nella giusta direzione» e che nella fattispecie, lo SEE, significava «una satellizzazione della Svizzera». Il ministro degli affari esteri Felber sottolineò «i numerosi punti positivi» e «i chiari vantaggi» di un accordo, seppure non equilibrato per la Svizzera. Per il ministro della difesa Kaspar Villiger invece, il paese si trovava «sulla strada verso uno stato coloniale, con uno statuto di autonomia» (doc. 13, dodis.ch/57331).  Pressione internazionale Nelle discussioni con i loro partner europei, i consiglieri federali cercarono ripetutamente di esprimere la loro insoddisfazione riguardo all’andamento dei negoziati. Il ministro tedesco degli affari esteri Genscher rispose con fermezza che solo come membro della CE «i propri interessi nazionali possono essere fatti valere nel miglior modo possibile» (doc. 16, dodis.ch/57028). Il presidente francese Mitterrand fu ancora più critico nei confronti della posizione svizzera di distanziamento, sottolineando che «le banche da sole non erano una base sufficiente per una civilizzazione» (doc. 25, dodis.ch/58092). Il capo negoziatore della CE, Krenzler, parlò addirittura di un «deficit di modernità» svizzero che poteva essere «corretto» con l’adesione della Svizzera alla CE o attraverso la sua sala d’attesa, che sarebbe lo SEE (doc. 27, dodis.ch/58039). Solamente poco prima della riunione dei ministri della CE e dell’AELS a Lussemburgo, durante la quale, secondo la Svizzera, sarebbe stato necessario «forzare una svolta o i negoziati sarebbero falliti» (doc. 44, dodis.ch/58388), il Consiglio federale prese una decisione di principio. La notte del 22 ottobre 1991, i Consiglieri federali Felber e Delamuraz accettarono i risultati dei negoziati sul trattato SEE e dichiararono l’adesione della Svizzera alla CE in quanto obiettivo strategico. Nonostante ciò, a novembre, il Comitato di politica estera del Consiglio degli Stati anticipò in modo asciutto che: «Il voto sul trattato SEE non è ancora stato vinto» e che c’era «ancora un’enorme quantità di lavoro se vogliamo far si che il popolo accetti questo trattato» (doc. 56, dodis.ch/58525).  Sviluppi drammatici nell’Europa orientale Nel 1991, anche gli sviluppi nell’est del continente continuarono a ritmo sostenuto. In nome della «massima responsabilità solidale», il Consiglio federale adottò un nuovo credito di 800 milioni per l’aiuto ai paesi dell’Europa orientale. Anche l’Albania, la Bulgaria, la Romania, la Jugoslavia e l’URSS avrebbero dovuto ricevere aiuti finanziari svizzeri (doc. 35, dodis.ch/57522). Tuttavia, l’Unione Sovietica scomparve ancora prima della fine del 1991: con la creazione della Comunità degli Stati Indipendenti (CSI) in dicembre, l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche cessò di esistere. La Svizzera, abitualmente reticente in materia di riconoscimento, fu sorprendentemente uno dei primi paesi ad annunciare il riconoscimento delle nuove repubbliche sovietiche (doc. 61, dodis.ch/57514). I drammatici sviluppi in Jugoslavia ebbero ripercussioni in Svizzera, in particolare per quanto riguarda la gestione della migrazione della popolazione jugoslava. La Svizzera cercò di contribuire alla distensione nei Balcani nel quadro della Conferenza sulla sicurezza e la cooperazione in Europa (CSCE), ma anche attraverso iniziative di mediazione unilaterali (doc. 50, dodis.ch/58114).  I «buoni uffici» in un nuovo ordine mondiale La Svizzera cercò di contribuire alla pace anche in altre parti del mondo. Quando i ministri degli affari esteri degli Stati Uniti e dell’Iraq si incontrarono nuovamente per dei colloqui a Ginevra, poco prima dello scoppio della guerra del Golfo a gennaio, il Consiglio federale offrì ancora una volta i suoi «buoni uffici» a sostegno nel processo di mediazione (doc. 2, dodis.ch/57332). Nel conflitto libanese, la diplomazia svizzera si adoperò per la liberazione di ostaggi e prigionieri (doc. 33, dodis.ch/58395) e in Afghanistan cercò di contribuire con una soluzione politica alla situazione insostenibile creando un nuovo contesto di discussione (doc. 29, dodis.ch/57737). «Degno di nota è il modo in cui la politica estera svizzera ha partecipato attivamente nel 1991 a fianco delle Nazioni Unite, ma certamente con ambizioni proprie, al regolamento o alla prevenzione di conflitti in parti molto diverse del mondo», afferma Sacha Zala, direttore di Dodis. La crescente partecipazione della Svizzera ai forum multilaterali accompagna la ricerca del suo posto nel nuovo ordine mondiale. Nella sessione autunnale, per esempio, il Parlamento approvò l’adesione della Svizzera alle istituzioni di Bretton Woods (doc. 40, dodis.ch/58258).  Relazioni economiche e aiuto allo sviluppo I viaggi e le visite in regioni economicamente dinamiche al di fuori dell’Europa avevano lo scopo di evitare che la Svizzera si concentrasse esclusivamente sull’integrazione europea. Le visite del Consigliere federale Delamuraz in Corea del Sud e a Singapore si concentrarono su questioni economiche (doc. 10, dodis.ch/57647), così come il viaggio del Consigliere federale Felber in India (doc. 47, dodis.ch/57398), la visita del Segretario di Stato Jacobi a Pechino (doc. 21, dodis.ch/57590) o il ricevimento del Ministro degli esteri argentino Di Tella a Berna (doc. 12, dodis.ch/58462). Le nuove direttive della Direzione dello sviluppo e dell’aiuto umanitario posero le basi per il dialogo con i partner dei paesi in via di sviluppo (doc. 28, dodis.ch/58718). Sulla base di una petizione delle agenzie umanitarie, anche la cooperazione allo sviluppo ebbe un posto di rilievo nelle celebrazioni del 700° anniversario della Confederazione svizzera. Con un importo simbolico di 700 milioni di franchi, il Consiglio federale intendeva finanziare, da un lato, misure di sdebitamento a favore dei paesi in via di sviluppo più poveri e, dall’altro, contribuire a programmi e progetti ambientali di portata mondiale (doc. 59, dodis.ch/57999).  La sessione dei giovani chiede una «Svizzera solidale» Infine, i partecipanti alla prima sessione federale dei giovani, che si svolse nel contesto delle celebrazioni del 700° anniversario, domandarono una Svizzera solidale. «In sostanza, i giovani elaborarono un programma d’azione di politica estera che manifestava lo spirito di apertura e di rinnovamento dell’epoca» spiega Zala, direttore di Dodis. Chiesero che la Svizzera, attraverso la sua politica estera attuale e futura, svolgesse un ruolo pionieristico a livello mondiale e agisse rapidamente, perché, per quei giovani, «non è indifferente ciò che succede negli altri paesi del mondo» (doc. 43, dodis.ch/58000).
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