Puntualmente per l’inizio del nuovo anno, il centro di ricerca Dodis presenta le sue ricerche sulle relazioni internazionali della Svizzera nel 1995. Da centinaia di metri lineari di incarti dell’Archivio federale svizzero, Dodis ha selezionato dei documenti fondamentali e li pubblica ora, il 1° gennaio 2026 – esattamente alla scadenza del loro termine di protezione legale.
«L’anno commemorativo dei 50 anni dalla fine della Seconda guerra mondiale segnò per la Svizzera non solo l’avvio di un approfondimento della propria storia, ma servì anche a preparare diversi temi centrali della sua politica estera futura», afferma Sacha Zala, direttore del centro di ricerca Dodis. Al centro dell’attenzione, oltre alla questione dei richiedenti l’asilo, stanno i preparativi per la presidenza svizzera dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (OSCE) nel 1996, lo sblocco dei negoziati bilaterali con l’UE e i rapporti con le potenze economiche emergenti in America Latina e in Asia.
Un momento storico
Nel suo discorso del 7 maggio 1995, in occasione della sessione speciale dedicata alla commemorazione dei 50 anni dalla fine della Seconda guerra mondiale in Europa, il presidente della Confederazione Kaspar Villiger prese posizione in modo inequivocabile. Secondo lui è «fuori di dubbio che a causa della nostra politica ci siamo fatti carico di colpe nei confronti degli Ebrei perseguitati». E inoltre: «Il Consiglio federale se ne rammarica profondamente e se ne scusa, pur cosciente che un simile errore, in definitiva, non è scusabile» (dodis.ch/70433). Per la prima volta in assoluto, la Svizzera ufficiale chiese dunque scusa, con parole soppesate con cura, per gli errori commessi nella politica di accoglienza dei rifugiati durante il nazionalsocialismo, come dimostra la lettura del verbale della seduta del Consiglio federale del 3 maggio 1995 (dodis.ch/70371). In un anno in cui le questioni relative all’ingresso e all’asilo in Svizzera occuparono particolarmente l’amministrazione federale, la teleconferenza del Consiglio federale del 7 agosto sull’accoglienza di ulteriori profughi di guerra provenienti dall’ex Jugoslavia fu in netto contrasto con l’ammissione di colpa nei confronti della politica in materia di rifugiati durante la Seconda guerra mondiale. Si sostenne che la Svizzera non dovesse «precipitarsi troppo» e non dovesse fornire «munizioni elettorali» ai gruppi di estrema destra. Il Consiglio federale riuscì infine a trovare un accordo sull’enunciazione vaga secondo cui «l’accoglienza di un numero adeguato di persone» sarebbe stata garantita una volta noto il numero totale dei profughi da accogliere (dodis.ch/70374).
Sicurezza in Europa
Nel 1995 anche l’OSCE si occupò dell’inasprimento della situazione in Jugoslavia. Con la firma dell’accordo di pace nel novembre 1995, si delineò che l’organizzazione avrebbe avuto un ruolo senza precedenti nell’insediamento di un ordine postbellico in Bosnia-Erzegovina (dodis.ch/70173). L’applicazione dell’accordo di Dayton divenne così uno dei compiti principali della presidenza svizzera dell’OSCE nel 1996. A ciò era strettamente legata la futura cooperazione europea in materia di sicurezza e il ruolo della NATO, dell’OSCE, degli Stati Uniti e della Russia. Nel contesto di un modello di sicurezza da elaborare, secondo il consigliere federale Cotti era necessario «impedire l’emarginazione della Russia» e «garantire» all’ex potenza egemonica un posto commisurato alla sua importanza «nell’architettura della sicurezza europea » (dodis.ch/62659). Ciò includeva anche la diplomazia preventiva negli Stati successori dell’Unione Sovietica: diversi cittadini e cittadine svizzeri parteciparono a missioni dell’OSCE non solo a Sarajevo e in Macedonia, ma anche in Ucraina, Moldavia e Cecenia (dodis.ch/71507).
Integrazione nonostante le difficoltà
I negoziati bilaterali con l’Unione europea rimasero il dossier più importante del Consiglio federale. Essi erano già in fase avanzata nei settori degli ostacoli tecnici al commercio, della ricerca e dell’agricoltura, ma procedevano a rilento nei dossier chiave dei trasporti terrestri e aerei e della libera circolazione delle persone: «La Commissione resta al tavolo dei negoziati, ma continua ad attenersi rigorosamente alle disposizioni dei mandati ricevuti», affermò in ottobre il capo negoziatore svizzero, il segretario di Stato Kellenberger. «I suoi contributi alla risoluzione di questioni politicamente delicate sono dunque molto ridotti» (dodis.ch/71254). Anche la popolazione rimase diffidente rispetto all’integrazione. Dopo il fallimento della votazione sull’allentamento della legislazione per limitare l’acquisto di terreni da parte di cittadini stranieri, il Consiglio federale si mostrò costernato: gli elettori hanno compromesso i negoziati sulla libera circolazione delle persone (Delamuraz), il risultato è una «catastrofe» (Dreifuss) e la Svizzera si trova «di fronte a un blocco totale della sua parte germanofona nei confronti di qualsiasi apertura verso l’esterno» (Koller) (dodis.ch/71762).
Relazioni economiche e timori di perdite
Oltre alle relazioni con i vicini europei, la Svizzera si impegnò attivamente per approfondire la cooperazione con le potenze economiche globali emergenti. Il ministro dell’economia Delamuraz fece viaggi in India (dodis.ch/67745), Egitto (dodis.ch/71469), Brasile, Messico e Argentina (dodis.ch/70388) e Cina (dodis.ch/71893). Con il Giappone si tenne per la prima volta una tavola rotonda su questioni economiche generali (dodis.ch/71996) e per l’America Latina il DFAE elaborò un quadro completo della situazione e una panoramica delle diverse possibilità di sviluppo (dodis.ch/71711). La «silenziosa ridefinizione» della cooperazione allo sviluppo in direzione dell’aiuto finanziario e il viaggio in Cina del ministro degli esteri Cotti, accompagnato da rappresentanti dell’economia (dodis.ch/68034), suscitarono malumore nell’Ufficio federale dell’economia esterna. Dopo il «No» al SEE e la conclusione dell’Uruguay Round del GATT, la direzione dell’Ufficio lamentava la mancanza di un proprio progetto globale di politica economica estera e temeva di essere «degradata a un’amministrazione doganale» dall’attivismo del DFAE (dodis.ch/61869).
Il ritorno della storia
L’anno commemorativo della fine della Seconda guerra mondiale ebbe ripercussioni anche sulla politica interna. «Il discorso di Villiger davanti al Parlamento», afferma Sacha Zala, «segna una cesura nella controversa discussione politica interna sul ruolo della Svizzera nella Seconda guerra mondiale, che l’anno successivo avrebbe assunto una dimensione inaspettata di politica estera con la questione dei beni in giacenza.» Preludio a tutto ciò fu la visita di Edgar Bronfman, presidente del Congresso ebraico mondiale, all’Associazione svizzera dei banchieri. Durante un incontro di cortesia con il presidente della Confederazione Villiger, «i patrimoni senza proprietario depositati nelle banche svizzere» non dovevano tuttavia costituire, secondo il Consiglio federale, «un argomento di discussione formale», poiché su questa questione «era prioritaria una soluzione nell’ambito del diritto privato» (dodis.ch/71387). A quel tempo egli non immaginava ancora che il tema dei beni in giacenza avrebbe occupato la Svizzera e il Consiglio federale ben oltre il 1995.
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