L’«affare Conradi»

Fu la confessione di un assassino: «Forse solo i nostri discendenti capiranno e mi saranno riconoscenti per essere stato il primo a combattere apertamente questa banda internazionale di criminali», dichiarò Moritz Conradi alla polizia di Losanna. Il 10 maggio 1923 lo svizzero di Russia aveva ucciso con un’arma da fuoco, di fronte a testimoni, il diplomatico sovietico Vaclav Vorovskij. Dopo l’omicidio si lasciò arrestare senza opporre resistenza. Aveva compiuto il suo gesto per convinzione: «Tra coloro che hanno partecipato alla rovina della Russia e indirettamente a quella dell’intera umanità non ci sono innocenti» (dodis.ch/48619).

Svizzero di Russia e fervente antibolscevico

La famiglia di Conradi, emigrata a metà del XIX secolo dai Grigioni, possedeva a San Pietroburgo, allora capitale della Russia zarista, una prospera fabbrica di dolciumi. Dopo la rivoluzione d’ottobre del 1917 i beni della famiglia furono confiscati: il padre e lo zio di Conradi furono uccisi dai bolscevichi. Durante la guerra civile russa Conradi combatté con il grado di ufficiale nell’«esercito bianco» contro i «rossi». Dopo la sconfitta delle forze controrivoluzionarie fuggì nella sua vecchia patria passando per la Turchia. In Svizzera entrò in contatto con alcuni emigranti russi. Furono loro probabilmente che istigarono il fervente antibolscevico a commettere l’omicidio.

«Delitto di un privato ai danni di altri privati»?

Il giorno dopo il fatto di sangue, il Consiglio federale si riunì a Berna. In un comunicato il governo federale condannò con «indignazione» questa «violazione della morale e delle leggi». Il Consiglio federale non ritenne però di dover fare altro. Con cavillosità giuridica il governo non considerava l’attentato un delitto politico, bensì un «delitto comune, commesso da un privato ai danni di altri privati»(dodis.ch/44914). Il diplomatico sovietico Vorovskij era stato inviato come osservatore alla conferenza di Losanna sulla questione orientale. A causa di divergenze internazionali non aveva però ottenuto l’accreditamento alla conferenza (dodis.ch/44913).

Fattore decisivo per l’interruzione delle relazioni

La posizione del Consiglio federale sull’attentato era politicamente molto delicata. Cinque anni prima, nel novembre 1918, la Svizzera aveva espulso una missione diplomatica sovietica con l’accusa di aver svolto «propaganda rivoluzionaria» e di essere corresponsabile dello sciopero generale (dodis.ch/43740). Da allora tra Berna e Mosca i rapporti erano gelidi (dodis.ch/44885). L’«affare Conradi» fu il fattore decisivo che condusse all’interruzione delle relazioni diplomatiche tra la Svizzera e l’Unione sovietica, interruzione che durò decenni. Solo dopo la Seconda guerra mondiale i due governi riallacciarono ufficialmente i contatti.

 

Complicità del Consiglio federale?

In una nota diplomatica il ministro degli esteri Georgij Čičerin [AT1] criticò aspramente la presa di posizione del Consiglio federale: il «rifiuto illegittimo» di riconoscere lo status diplomatico di Vorovskij era ai suoi occhi un «atto illecito e ostile» e aveva creato una «situazione anormale e ambigua» che si era manifestata in atteggiamenti astiosi verso il delegato sovietico. In seguito le autorità non avrebbero adottato nessuna «misura preventiva» per evitare un gesto violento nei suoi confronti. Per questo sulle autorità svizzere gravava una «pesante e assolutamente evidente responsabilità», una complicità nell’omicidio (dodis.ch/44916).

Omicidio contro violenza rivoluzionaria

Il Consiglio federale reagì con un telegramma energico alle «accuse temerarie e maligne» di Čičerin. Il Dipartimento politico federale (DPF, oggi DFAE), diretto dal convinto anticomunista Giuseppe Motta, respinse seccamente tutte le accuse e passò al contrattacco. Sarebbe toccato al governo sovietico garantire finalmente dei risarcimenti per gli «inauditi atti di violenza e i saccheggi» subiti durante la rivoluzione da migliaia di svizzeri in Russia (dodis.ch/44917). La stessa logica sarebbe stata seguita anche durante il processo penale contro Conradi, processo condotto in modo molto emozionale.

Assoluzione dell’omicida

I dibattimenti alla corte d’assise di Losanna nel novembre del 1923 si concentrarono più sulla qualificazione del regime sovietico in Russia che non sull’omicidio vero e proprio. Al gesto di Conradi furono contrapposti, al fine di spiegarlo, il tragico destino della sua famiglia, le sofferenze degli svizzeri di Russia e le vittime del bolscevismo (dodis.ch/48632 e dodis.ch/48633). I giurati finirono per scagionare l’omicida. L’indignazione fu enorme, non solo in Russia. Il Consiglio federale respinse tutte le accuse nei suoi confronti richiamandosi rigorosamente al federalismo e alla divisione dei poteri (dodis.ch/44953).

Ripresa tardiva delle relazioni a caro prezzo

La Russia sovietica emanò un divieto di uscita ed ingresso per le cittadine e i cittadini svizzeri e decretò un boicottaggio delle merci svizzere. Sebbene Mosca si mostrasse presto interessata a una «regolarizzazione dei rapporti», non abbandonò la volontà di ottenere «una certa soddisfazione nella vicenda Vorovskij» (dodis.ch/44999). Il caso fu ripetutamente al centro di negoziati condotti sotto l’egida di altri Paesi (dodis.ch/45015 e dodis.ch/45172). Nel 1927 poté essere trovata una soluzione perlomeno temporanea (dodis.ch/45319). Bisognò tuttavia attendere il 1946 perché Berna riuscisse a ottenere la ripresa di relazioni ufficiali con l’Unione sovietica, pagando un alto prezzo politico (cfr. e–Dossier).